La ghiacciaia di Moncòdeno

Tra le cavità di tipo carsico di cui è ricca la zona delle Grigne la grotta ghiacciaia di Moncòdeno è certamente la più curiosa: il calcare, tradizionale protagonista delle sculture sotterranee, che forma stalattiti e stalagmiti, viene infatti sostituito dal ghiaccio che dà vita a un mondo incantato in rapido e perenne mutamento.

È una ghiacciaia naturale, un gioiello dimenticato la cui suggestione ha per secoli attirato scienziati, esploratori e visitatori occasionali. Lo stesso Leonardo da Vinci fu un attento osservatore dei fenomeni geologici. Nel corso di un soggiorno a Lecco in cui esplorò i monti lariani e valsassinesi, pare non mancò di visitare la celebrata grotta. Leonardo da Vinci forse visitò la grotta e descrisse la famosa ghiacciaia di Moncòdeno (Codice Atlantico, F 573 b). Si inizia così lo studio scientifico dei depositi perenni di ghiaccio ipogeo. Probabilmente quando Leonardo visitò la grotta le stalagmiti di ghiaccio e le nevi sul fondo erano molto più vistose di oggi. Complice la mutazione del clima che sta interessando l’intero arco alpino. La ghiacciaia del Moncòdeno va incontro a quello che appare come un inesorabile e continuo regresso.

A differenza del passato, il fenomeno riveste oggi un grande interesse escursionistico. Per secoli, invece, rappresentò un grande “frigorifero della natura”. Grazie infatti all’accumulo di neve invernale, anche in piena estate la temperatura dell’ambiente è molto bassa. Al punto che l’acqua dello stillicidio riesce addirittura a gelare. Provvidenziale riserva per i pastori della vicina Alpe di Moncòdeno che estraevano blocchi di neve e ghiaccio che, oltre a dissetare gli uomini, opportunamente sciolti in apposite buche abbeveravano anche il bestiame. L’estrazione dei blocchi di ghiaccio costituì, per secoli, un’attività economica paragonabile a quella mineraria. Il ghiaccio veniva caricato su slitte ed era trasportato a Varenna e imbarcato alla volta di Lecco e Milano.

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