Giuseppe Terragni

Giuseppe Terragni (1904-1943)

Quando Giuseppe Terragni si iscrive alla scuola superiore di architettura del Politecnico di Milano, nell’autunno del 1921, è un bel ragazzo di quasi diciotto anni, di buona famiglia, con un brillante avvenire davanti a sé.

Ultimo di tre figli di un capomastro divenuto affermato impresario edile, nasce a Meda nel 1904. La famiglia si trasferisce a Como nel 1909 e nel capoluogo lariano il giovane Terragni vive una serena giovinezza e si diploma al locale Istituto Tecnico. Al Politecnico Giuseppe si rivela studente promettente ma insofferente all’insegnamento accademico, improntato ancora su un’obsoleta concezione della figura dell’architetto; si laurea nel 1926 e immediatamente si sente libero di lavorare come crede veramente, aprendo uno studio con il fratello Attilio e il caro amico Luigi Zuccoli, che gli sarà collaboratore fedele fino all’ultimo.
Nel 1926 Terragni, insieme ad altri architetti, danno vita al Gruppo 7 e con il motto “bisogna portare l’Europa in Italia e l’Italia in Europa” aprono l’importante stagione del Razionalismo. Terragni ne è l’interprete più geniale.
Già tra il 1926 e 1927 Terragni si impegna instancabilmente, come per altro farà nei restanti anni della sua carriera, in progetti e concorsi per opere pubbliche e private. Nei progetti di primo e secondo grado per il Monumento ai Caduti di Como, nella facciata dell’Hotel Metropole-Suisse della stessa città, nel Monumento ai Caduti di Erba, s’intuiscono già quegli elementi di novità che porteranno Terragni a dare una svolta all’architettura italiana, liberandola da nostalgie eclettiche e storiciste per creare un linguaggio moderno, al passo con le tendenze che si stanno affermando in Europa ma al contempo intrinsecamente legato alla cultura architettonica italiana.
I giovanissimi esponenti di Gruppo 7 pubblicano il loro credo su una piccola rivista, Rassegna Italiana e l’anno successivo alla Biennale di Arti Figurative di Monza, il comitato organizzatore sostiene chi propone opere dal linguaggio innovativo. Grazie alla Biennale di Monza gli esponenti del Gruppo 7 vengono chiamati a rappresentare l’’Italia al Werkbund di Stoccarda, la grande rassegna di progettazione internazionale guidata da Mies Van de Rohe. Dopo il Werkbund la consacrazione, con la Prima Mostra Italiana di Architettura Razionale inaugurata nella primavera del 1928 al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Proprio in occasione dell’esposizione romana, Terragni presenta un progetto che diventerà la sua prima opera importante effettivamente realizzata: il Novocomum. Un’opera che desta scalpore e fa uscire l’architettura razionalista da un ambito puramente teorico. La nuova idea di casa che porta avanti Terragni risolve l’ornamento nel rapporto fluido fra spazi interni ed esterni, nel gioco dei volumi e dei materiali che devono assicurare funzionalità, luminosità, igiene.
Nel 1933 Terragni con la collaborazione dell’amico e collega Pietro Lingeri apre un nuovo studio a Milano. “…Mi vedrai scossa di dosso la polvere e l’inerzia di questa mia vita provinciale. Attivo, anzi attivissimo, nella polemica e nelle opere…”
Motore economico del paese, il capoluogo lombardo diventa anche centro della nuova architettura e da qui Terragni e Lingeri lavorano instancabilmente a progetti e concorsi che interessano tutto il territorio italiano.
Il lavoro non manca e nascono nuove opere, cinque “case da reddito” a Milano, palazzine a più piani suddivise in appartamenti d’affitto; due ville nel comasco, la Villa del Floricultore e la Villa Bianca di Seveso, un altro dei suoi capolavori. Tra i 1934 e il 1937 vede la luce, l’Asilo Sant’Elia, dedicato al visionario architetto futurista, modello per tutti i progettisti moderni. Quest’asilo candido e luminoso, tuttora operativo, è la terza grande opera di Terragni nella città di Como, dopo la già ricordata Casa del Fascio e l’edificio residenziale Novocomum, e consacra la città lariana a capoluogo del razionalismo.
Nel 1939 è richiamato alle armi. Dal fronte scrive: “…Qui ho già fatto qualche disegno a matita e vorrei coltivare, nelle pause della guerra, questo risorto desiderio artistico. Perché questo paese è di un interesse veramente singolare e sarebbe bello ritrovarselo oltre che nella documentazione fotografica anche nella personale artistica, a distanza di anni…”
Tornerà seriamente provato, sia fisicamente ma soprattutto psicologicamente, condizione che poi l’avrebbe portato alla morte.
Cade fulminato da una trombosi cerebrale sul pianerottolo delle scale di casa della fidanzata, a Como nel 1943.
Nel 1930 nasce il Miar, Movimento Italiano per l’Architettura Razionale e la classe dirigente culturale fascista accoglie la svolta razionalista.
Terragni aderisce al fascismo nel 1926, condividendone profondamente alcuni valori e lo slancio rivoluzionario e innovatore dei primi tempi, soprattutto in ambito culturale; molti progettisti come Terragni seguirono un ragionamento di tipo sillogistico: se il fascismo era una rivoluzione e l’architettura moderna era rivoluzionaria, l’architettura moderna doveva essere l’architettura del fascismo.
Proprio per una sede del partito Terragni progetta e realizza il suo edificio più importante: la Casa del Fascio di Como. Per l’opera che rappresenta il luogo in cui si dovevano vivere e concretizzare gli ideali in cui l’architetto credeva sceglie volumi puri, luce, colore e trasparenza; trova un motivo archetipo, quello del telaio, che propone nell’incrocio delle linee longitudinali e trasversali delle facciate e che diventerà il leitmotiv della sua architettura. Alle spalle dello storico Duomo evita un possibile accostamento in stile a favore di una modernità assoluta data dall’astrazione, rifuggendo ogni tentazione retorica o propagandistica.

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